Heineken Jammin’ Festival 2012
The CURE + New Order + Crystal Castles
Fiera Rho, Milano, 7 luglio 2012.
testo
e foto di
Gianmario Mattacheo

I
Cure di Robert Smith tornano a Milano dopo oltre quattro anni di assenza.
In
quell’occasione, la formazione a quattro del gruppo inglese (non c’era
la tastiera per il “4 Tour 2008”) diede vita ad un ottimo spettacolo
presso il Palasharp di Lampugnano.
Oggi
il luogo è quello della fiera di Rho, all’interno del Heineken
Jammin Festival, per quella che rappresenta la prima italiana del
tour del 2012.
È
la seconda apparizione dei Cure all’Heineken (dopo il concerto del
2004), quando il festival si teneva ancora presso l’autodromo di Imola.
Quello
fu uno dei capitoli live meno felici per la banda Smith e solo in
un secondo momento capimmo che, in seno alla band, si stavano sviluppando
tensioni altissime che avrebbero portato a parecchi cambiamenti nei
mesi successivi.
Sono
passati molti anni da quel periodo; anni nei quali la band ha nuovamente
subito cambi di formazione (il rientro e la successiva uscita dal
gruppo di Porl Thompson, su tutti), fino ad arrivare alla line up
di questo 2012: Robert Smith, Simon Gallup, Jason Cooper, Roger O’Donnell
e Reeves Gabrels (quest’ultimo in un ruolo ancora da chiarire).
Gruppi
di supporto interessanti per il main event: Crystal Castles e gli
storici New Order, per un cartellone che, almeno questa volta, mette
un po’ d’accordo tutti i fan della banda Smith.
Invero,
c’è più attesa per la performance dei giovani Crystal
Castles, rispetto a quella dei ben più blasonati New
Order, il cui unico concerto visto dal recensore (era il Traffic
Festival – edizione 2005) si dimostrò assai deboluccio, poco
sentito e posto in essere da una band priva di carisma. In
quell’occasione l’unico che si salvò fu Hook che, peraltro,
ha abbandonato la nave qualche anno fa. Insomma, quello che dovrebbe
essere il concerto più atteso prima dell’entrata in scena dei
Cure non sembra per nulla accattivante, nonostante il rispetto storico
per il gruppo di Manchester.
Ed
invece accade proprio quello che non ti aspetti, ovvero dei New Order
più convincenti (non c’è più Hook, ma si segnala il
ritorno di Gillian Gilbert) e, per contro, dei Crystal Castles meno
tonici rispetto alla bellissima esibizione del Bestival 2011.§
Ma,
come noto, questo è l’aperitivo. Lo show scatta quando le luci
si spengono e parte lo scampanellino che anticipa “Plainsong”, ancora
scelta per il saluti al pubblico milanese.
Poche
battute e la folla (quella del PIT fronte palco) inizia a spintonare
con energia ……… e si sente che siamo in Italia, la bolgia e la confusione
sono superiori rispetto a qualsiasi altro posto!
Smith
osserva il movimento impressionante che si scatena ad ogni sua entrata
in scena: difficile interpretarne le emozioni, anche se la stessa
immagine è stata osservata e vivisezionata centinaia di volte.
La
testa arruffata, la maglia nera oversize, e il fare ciondolante rappresentano
un po’ l’icona di questo personaggio.
Il
leader si gode il suo pubblico ed è tale la sua forza espressiva
e carismatica che non necessita di movimenti o gesti particolari per
regalare ciò che le prime file stanno aspettando.
Siamo
all’inizio dello spettacolo e la concentrazio
ne
è al massimo, il pubblico lo avverte e, quasi come un’onda,
cerca di “guadagnare” centimetri per arrivare dritto alle transenne.
Un modo ed un tentativo di cogliere meglio le espressioni nascoste,
un sforzo per avvicinarsi a quell’uomo così carico di magnetismo.
“I
think it’s dark” sono le prime parole del concerto che rompono le
trame avvolgenti create dalle tastiere di O’Donnell.
La
prima parte dello spettacolo ripropone molte delle canzoni che il
gruppo sta portando in tour in questo 2012. In particolare oggi è
“Disintegration” l’album dal quale i Cure ripescano i brani della
prima porzione del concerto.
Non
solo il pezzo d’apertura, ma l’incantevole “Pictures of you”, “Lullaby”
“Lovesong” e la stessa “Disintegration” sono dei classici che il pubblico
celebra al meglio.
Tra
le più emotive e meglio riuscite segnaliamo “Want”, “The walk”
e la recente “Sleep when I’m dead”, mentre “Trust” accontenta chi
non è mai sazio di romanticismo.
È
un portento l’accoppiata (tratta da “Seventeen seconds”) composta
da “Play for today” + “A forest”, ovvero il primo periodo del gruppo
e quello che, più di altri, ne ha dipinto l’etichetta dark
e, dopo una “One hundred years” da urlo, arriva una “Disintegration”
in cui Smith deve mettere mano a tutte le sue riserve d’energia per
concludere il brano.
I
primi rientri sono incentrati sull’album “The top”: “Shake dog shake”,
“Bananafishbones” (ormai una costante nelle scalette di quest’anno),
“Dressing up” (una delizia), “The caterpillar” e, soprattutto, “The
top” (una gioia ascoltarla per la prima volta dal vivo!) sono il regalo
più bello di oggi.
Il
finale è, invece, dedicato alle pop song che da “The lovecats”,
a “Close to me”, a “Let’s go to bed” e a “Boys don’t cry” fanno ballare
tutta l’arena di Rho.
Così
si chiude la prima italiana del tour. Un concerto estremamente intenso
(specie se si considera che siamo all’interno di un festival) in cui
la band ha saputo trasformare l’anonima arena di Rho in un luogo in
cui era bello stare e ballare.
Solo
nelle ore successive (attraverso un’intervista rilasciata da Smith
per il Corriere della Sera) abbiamo aggiunto un altro tassello al
puzzle dell’artista.
Prima
afferma di essersi sentito questa sera molto meglio rispetto a qualsiasi
altra volta in cui ha cantato in Italia, e quando confessa all’intervistatore
che per la stanchezza si è messo a piangere durante l’esecuzione
di “Disintegration”, sentendosi comunque giovane nel ritornare sul
palco, capiamo una volta di più che questo personaggio non
può essere limitato alla sola etichetta di cantante/musicista.
È un uomo che regala sogni e decide di fare questo anche quando
gli costa fatica, anche quando il prezzo da pagare è uscire
dal palco esausto e piangente.
