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THELEMA
231

CD (Zecor-Ben Records)

Sebbene mi sembri l’altro ieri, sono passati ben otto anni dal precedente album studio dei Thelema, “La Sangre Real”. Il ritorno di questo leggendario nome è quindi più che mai gradito: “231” chiude una seconda trilogia, quella del nuovo millennio composta anche da “Burnt Memories” e dal già citato “La Sangre Real”, con dieci brani nuovi e una formazione che vede i fondatori Massimo Mantovani (voce) e Giorgio Parmigiani (basso, tastiere, chitarra, elettronica, cori) affiancati dall’ormai veterano Gianluca Artioli (chitarra) e Joe Panther (batteria). Fin dalla prima traccia “Edge of Nothing” si rimane colpiti dalla potenza scattante del quartetto, che sembra tornare deciso a un certo post punk delle origini, col basso di Parmigiani sempre in bella evidenza. Ma sarebbe stato troppo semplice sfornare dieci hit sullo stile del seminale esordio “Tantra”, quindi con la successiva “Waiting for the Sun” i nostri ci offrono una splendida ballata psichedelica. “Abyss” mi aveva già stupito nel recente “Live in Florence”, la versione studio è ancora più bella grazie alle sovraincisioni e ai giusti arrangiamenti, da brivido davvero.“This Cry” è un'altra ballata crepuscolare, infatti tutto l’album scorre su livelli sempre alti alternando momenti aggressivi ed altri più intimisti. Il punto più forte dell’opera è però secondo me “Punk Rocker”, il cui titolo dà solo una vaga idea del brano, il quale è ben più di una stupenda punk song, con stacchi e ritornelli pieni di passione e melodia. “Not Anymore” inizia con dinamiche folk e si evolve con passaggi rock orchestrali, in “Who Are You” e “231” le chitarre e le ritmiche tornano aggressive, ma in mezzo ai due brani c’è la dolce “Shine” a spezzare la tensione. Si chiude con l’ottima “Time”, che parte con sole voce e chitarra acustica per poi eruttare improvvisamente con un muro sonoro in classico stile Thelema e ammaliare con un ritornello memorabile. Insomma, il combo emiliano ha partorito un disco grandioso, ottimamente realizzato sotto ogni profilo, che non teme il confronto con le sue produzioni storiche e suona senza dubbio attualissimo. “231” è una luce nel buio della quale si sentiva davvero il bisogno, come ritrovare dei vecchi amici e sentirsi rassicurati da essi che il “nostro mondo” (attitudinale quanto musicale), per quanto ridotto ad una nicchia ristrettissima, non è morto ed anzi ha ancora qualcosa di buono da offrire. Lavoro da 10 e lode.
Sito web: thelemaband.hostami.me
(Fabio Degiorgi)

SSHE RETINA STIMULANTS
The Colloidal Semantika Session Vol. I

Tape ( (Luce Sia)

Per la sua seconda uscita, la giovane label elvetica Luce Sia punta decisamente in alto, licenziando il nuovo lavoro di un progetto che per i lettori di Rosa Selvaggia difficilmente avrà bisogno di presentazioni. “Colloidal Semantika” si ispira all’omonimo blog tenuto da tempo dal nostro Paolo Bandera, virtuale luogo d’incontro per tutti gli appassionati del mondo Sigillum S e di tutti i progetti che coinvolgono Paolo, tra i quali ovviamente il suo personale veicolo sonico sin dal lontano 1994, SShe Retina Stimulants. Questa “Session Vol.I” prosegue l’esplorazione ultra-ventennale di Bandera nel variopinto universo della sperimentazione elettronica industriale nelle sue varie declinazioni, e costituisce in tal senso un tassello esemplificativo del verbo oltranzista prodotto da SRS. Due lunghe tracce, una per lato. Sia nella prima “Deranged Geysers” che nella successiva “Putrid fever genitalia” la voce umana gioca un ruolo da protagonista, seppur in maniera assolutamente non convenzionale; sul primo lato si rincorre rallentata tanto da essere del tutto incomprensibile con i layers (de)costruiti con maestria da Paolo, dando quasi l’impressione di ascoltare un nastro viaggiante a velocità erroneamente ridotta. La seconda traccia gioca invece sulla sovrapposizione continua di campioni vocali (questa volta a velocità normale) a drones che si fanno qui più violenti ed abrasivi, portandoci la mente verso una dimensione estraniata, apatica e confusionale. In definitiva quanto é assolutamente lecito attendersi da un nuovo dispaccio partorito dall’universo “Colloidal Semantika”! Curioso l’inserto della tape, che riporta una fotografia ispirata all’Islanda ed in particolare agli “ultimi contadini di Núppstaður”, riferendosi alle più antiche fattorie tipiche dei secoli passati residenti nella magnifica isola del ghiaccio e del fuoco (e chissà che i “Deranged geysers” della prima traccia non siano proprio quelli islandesi…!). Come da tradizione per le curatissime uscite di Luce Sia, la cassetta esce in sessanta esemplari numerati ed avvolti nella fascetta trasparente con il gufo nero, logo dell’etichetta ticinese. Un nuovo fondamentale capitolo per questa promettente scuderia, dedita al recupero ed alla rivalutazione di progetti storici ma anche nuovi della grey area italiana.
Info: http://colloidalsemantika.blogspot.it
(Oflorenz)

DEVIS GRANZIERA
From Magnetic
Tapes
Tape ( (Luce Sia)

Credo che chi è in procinto di leggere queste righe non necessiti di particolari presentazioni riguardo il nome di Devis G., e per questa sesta uscita del suo catalogo Luce Sia punta su uno dei nomi storici della nostra scena ed in particolare ci propone una preziosa raccolta di veri e propri reperti storici: “From magnetic tapes”, titolo che suona in maniera più che esaustiva, ci propone una serie di sette registrazioni risalenti addirittura al periodo 1988/90, vale a dire cinque anni prima dell’uscita della mitica cassetta di Teatro Satanico “Delirio Sifilitico”. Preistoria industriale potremmo dire, ed oggetto di indubbio interesse non solo per i cultori dell’autore veneto ma direi per ogni appassionato della nostrana grey area. Rilasciata dalla label elvetica in tiratura di sessanta esemplari dalla grafica essenziale e decisamente nostalgica del periodo aureo del DIY e del tape-trading, “From Magnetic Tapes” rende pieno merito al periodo storico di riferimento, con i suoi loop analogici essenziali, ossessivi e martellanti, effettivamente più vicini alla produzione a nome Lvnvs che a quella maggiormente strutturata e vicina alla forma canzone del main-project Teatro Satanico. L’ultima traccia del primo lato siglata come “A04” (i brani non presentano titolo) é ad esempio un piccolo “bignami” di industrial old-school, quello che all’epoca fu marchio di fabbrica di progetti come Mauthausen Orchestra o Atrax Morgue, così come sul lato B spiccano nella loro impostazione radicalmente oltranzista i dodici minuti di “B02”, sostanzialmente una molesta frequenza senza tregua che muta ad intervalli alzandosi e abbassandosi di tono. Indubbiamente l’uscita siglata Luce Sia più intransigente e radicale tra quelle ad oggi ascoltate, vera manna dal cielo per chi ancora versa una lacrimuccia riprendendo in mano i nastri della Slaughter o magari ripensando alle produzioni inglesi marchiate Broken Flag.
Info: https://www.facebook.com/LUCE-SIA-168848936784613/
(Oflorenz)

GERSTEIN
Sucker + Suck harder
2 x cassetta (Luce Sia)

Maurizio Pustianaz è così: persona di poche parole e di grande talento, polistrumentista e mente dietro al progetto solista Gerstein, capace di trovare armonie spiazzanti e talvolta indecifrabili con apparente e disarmante facilità, tanto da far sembrare estremamente semplice ciò che semplice non è. E così, dopo una notevole quantità di ascolti, si arrivano a percepire innumerevoli finezze e trovate avanguardistiche rielaborate da molteplici influenze, tra le note di brani riusciti ed ispirati. Partner ideale di questo sodalizio è Luce Sia, emergente tape label svizzera dalle grandi potenzialità, già in evidenza per alcune uscite limitate a poche decine di copie estremamente curate, con nomi storici del panorama italiano come Paolo Bandera, Devis Granziera, oltre naturalmente a Gerstein, e figure emergenti come Moreno Padoan (Otur Boyd). Questa doppia cassetta è la ristampa rimasterizzata di "Sucker", uscito nel '93 sotto Misty Circles, e di "Here comes sickness" del 2003 ossia "Suck Harder", che viene così associato e legato a doppio filo al primo. A suggellare questo gemellaggio arriva la nuova copertina ad opera della scomparsa Laura Manzin, epitaffio e tributo ad una fetta dell'esistenza di Pustianaz, appartenente al lasso di tempo che si dipana dal 1990 al 2001, in cui i brani in questione hanno visto la luce. "Sucker" inizia con la title track e "My colours", brani da vedere quasi come un pezzo unico in cui il pianoforte, prima insistente, poi più riflessivo detta il ritmo insieme al basso ed al cantato malinconico di Maurizio, di queste due ballate riprese nelle sonorità in "Don't you wanna be alive?", dopo l'intermezzo di "Take the hold", pezzo synth-pop dalle sfumature difficilmente catalogabili. La chitarra fa il suo ingresso nei due brani successivi traghettando l'ascoltatore verso una visionaria e mistica "Just waiting". Le successive tracce, frutto di una sapiente mescolanza di elettronica, pianoforte e chitarra traghettano l'ascoltatore al termine della prima cassetta, che viene suggellata dai due brani che costituiscono il lato B del mini "T????" (Typhoon), ossia la strumentale "The Sadness of a big liar mouth stuck in a cruel pile of mud". "Suck harder" è invece una raccolta di pezzi, dei quali i primi tre fanno parte di "A kindly method of living", uscito nel 1992, che ospitava anche le prime quattro tracce di "Sucker", queste ultime significativamente diverse dai primi, che hanno uno stampo decisamente più wave/post punk. Le successive quattro invece tornano a sintonizzarsi su ballate a base di voce e pianoforte e non solo; i brani della seconda parte invece risalgono al '99-2001 e sono i più tetri dell'intera raccolta a metà tra la electro/wave ed il minimalismo disumano degli Haus Arafna. Pezzo di storia musicale nostrano imprescindibile.
Sito web: http://noisebrigade.net
(M/B'06)

DER HIMMEL ÜBER BERLIN
Emesys
EP CD (Autoprodotto)


Torna il combo triestino con questo EP contenente 5 tracce gothic rock con sfumature postpunk.
La nuova formazione "Il cielo sopra Berlino" ha dimostrato di essere una delle migliori nuove bands della scena italiana ma anche europea, visto la moltitudine di concerti oltreconfine.
Apre l'EP "The Chosen Ones" con classiche atmosfere goth, brano ben equilibrano e potente; segue "Kafka Motel" molto ben arrangiato, che dimostrata tutta la maturità che ha saputo acquisire la band. La terza traccia è "Poison on your Tongue" seguita da"Dead Cities" che continuano le atmopsfere dei primi due brani, buona anche la quinta e ultima traccia "My rubber queen", ottimi anche qui gli arrangiamenti ed è il brano che preferisco, molto pieno di pathos.
Consigliato a tutti gli amanti della dark wave.
Sito web: https://derhimmeluberberlin.bandcamp.com/releases
(Nikita)

ANTICHILDLEAGUE
Holy Ghost

CD (Hagshadow)

La nostra connazionale Gaya Donadio, residente a Londra oramai da anni e compagna di Patrick Leagas, riprende le ostilità con il suo personale progetto power-electronics ACL, operativo sin dal 2001 con un nastro e due compact disc all’attivo, oltre ad alcune illustri collaborazioni su mini-cd e 7” (Con-Dom, Silent Abuse e Schrage Musik, progetto quest’ultimo dello stesso Patrick). Impegnata di recente nell’attività live a fianco di Leagas nei mitici 6Comm, Gaya si rimette all’opera nel campo che le è maggiormente congeniale, quello della heavy-electronics più violenta e dissacrante che è stata marchio di fabbrica non solo dei precedenti lavori (l’ultimo era “The Son” del 2014) ma anche dei potenti live-shows come quello del Moritzbastei di Lipsia che ebbi occasione di seguire in occasione del Gotik Treffen di qualche anno fa. “Holy Ghost” si presenta come “atto estremo” sin dalla grafica, inequivocabile e senza compromessi come da tradizione di ACL, e non da meno sono i titoli di alcune delle tredici tracce (“Dick Funeral”, “Penis Dead”) che vanno a riprendere il raccapricciante concept di copertina: un sofferente membro maschile aggredito da un nugolo di insetti, immagine che richiama scenari di morte ed abbandono. I salmi sacri della iniziale title-track si perdono ben presto nell’assalto all’arma bianca di “I hate you”, titolo che non fa prigionieri, proprio come le rasoiate sparate dai synths analogici su cui Gaya vomita testi carichi di rabbia. Un mood aggressivo che prosegue in “Ice Heart” e rallenta leggermente nelle due differenti versioni di “Weak Seed”, ove lascia campo ad un’atmosfera malata, malsana e soffocante. La voce di Gaya tocca in alcuni frangenti picchi di insanità di tutto rispetto (“Penis Dead”), ed i layers elettronici non sono affatto distanti da quelli della vecchia scuola di Con-Dom e Whitehouse, ovvero la migliore “british old school”. L’attacco di “Guilty women” resta il mio prediletto, seguito dal loop percussivo di “In the shadow”, e son pronto a scommettere che i nuovi bordoni di “Holy Ghost” renderanno al meglio in sede live, dove progetti come ACL riescono ad esprimere al meglio la loro carica violenta e nichilista. “The Father”, 2008, “The Son”, 2014, ed ora a distanza di otto anni il cerchio si chiude con “Holy Ghost”. Un trittico dal contenuto decisamente critico verso l’ipocrita morale dei dogmi religiosi pre-costituiti e dal potente messaggio anticlericale. Più che mai di attualità, purtroppo.
Info: www.hagshadow.net
(Oflorenz)

DECA
Mater Frequentia
Tape ((Luce Sia)

Per questa settima uscita l’elvetica LUCE SIA compie una meritoria opera di recupero di una rarissima registrazione risalente al lontano 1993, uscita in sole 20 copie autografate e numerate a mano dal savonese Federico De Caroli per la sua Warp Art. Una chicca pressoché irreperibile che ridiventa disponibile (seppur in sole sessanta copie, per cui affrettatevi) in un package del tutto analogo all’originale, impreziosito dagli scatti sperimentali di Federico siglati originariamente “Deca Warp Art”. Vero e proprio alchimista sonico dal 1986, Deca non si è mai posto barriere nel suo approccio alla materia elettronica (ricordo ancora con piacere la bella esibizione al Destination Morgue di due anni or sono), trattandola, rielaborandola e destrutturandola sapientemente a dimostrazione di grande abilità nel trovarsi a proprio agio nella cosmica di settantiana memoria così come nella musica concreta ed ambientale. “Mater frequentia” è una manifestazione d’intenti sin dal suo stesso titolo, e se grandi minimalisti come l’Eno degli inizi piuttosto che lo svedese C.M. Von Hausswolff hanno pensato di dedicare lavori interi agli aeroporti, questa si rivela l’ideale soundtrack per una estraniante megalopoli in ore notturne. Frequenze elettriche che sconquassano textures di droni ambientali e ritmi di battito cardiaco richiamano visioni alterate di skylines metropolitani, luci fuori fuoco, sensi di alienazione, solitudine e freddezza. C’è qualcosa del Lagowski di “False Dawn” in questa cassetta, e molto altro, perché effettivamente sarebbe riduttivo ricondurre “Mater Frequentia” ad un genere predefinito. Un esempio su tutti? “Aq uaradar”, quarta traccia del primo lato: minimalismo pionieristico, cold-electro e parentesi di soundtracks cinematiche alla Dario Argento condensate in 5 minuti e 42 secondi. E non è certo l’unico capitolo della cassetta a riservare continue sorprese e cambi di tempo, il lato B con “Norbena” e “Plasma Mater” assume addirittura toni epici, per concludersi infine nella riproposizione di “Spectralon Frequentia” e della caleidoscopica “Aquaradar” in chiave “remixed”. Per chi scrive tra le migliori proposte in assoluto, ad oggi, dalla premiata scuderia elvetica.
Info: https://www.facebook.com/LUCE-SIA-168848936784613/
(Oflorenz)

A SILENT NOISE
Zeitmaschine
7" (Agoge Records)

Dopo il successo ottenuto col crowfunding del precedente Kaleidoscope, i nostrani "A Silent Noise" ci riprovano e sfornano due tracce che faranno da colonna sonora del dvd con la video-storia musicata "Zeit Maschine / Un Viaggio nel tempo" e che costituiranno il 7" limitato a 200 copie, dedicato ai fund raiser, a cui si accompagnerà anche un cd di bonus track e remix.
ASN è un progetto che mescola e rielabora la wave anni '80, la musica cosmica tedesca anni '70 e le colonne sonore dei film di fantascienza e queste due tracce lo sintetizzano perfettamente, in un travolgente turbine malinconico di suoni morbidi, beat elettronici ed emozionali, dove convergono Joy Division, The Cure, Litfiba e la sci-fi anni ottanta.
Sito web: http://www.asilentnoise.it
(M/B'06)

CONSCIENTIA PECCATI
Confusio Solis
Tape ((Luce Sia)

Dietro Conscientia Peccati si cela dal 1994 il tedesco Martin Steinebach, autore in questo ventennio di una decina di uscite, calcolando i nastri iniziali degli anni ’90 ed i successivi Cdr. Grazie all’attenta opera di recupero del formato analogico operata dall’elvetica Luce Sia, Martin ritorna a puntare sull’amato supporto magnetico, proponendoci queste dieci tracce nuove di zecca in tiratura limitata a sessanta copie numerate. La bella grafica di copertina ed i titoli dei brani di “Confusio Solis” tradiscono la passione di Martin nei confronti delle antiche grandiose civiltà del passato, egizia e assiro-babilonese in particolare, passione peraltro di vecchia data dal momento che la totalità delle sue uscite hanno sempre trattato tematiche storiche, religiose ed esoteriche, a partire dall’esordio del 1994 che verteva sul “Malleus Maleficarum” del XV secolo, testo tedesco redatto all’epoca in chiave anti pagana ed anti eretica. Musicalmente parlando le arie di “Confusio Solis” tessono una tela invisibile che lega l’oscurità dei primi Ataraxia (l’iniziale “Return”) alla mistica dei connazionali Herbst9 (in particolare quelli di “Usumgal Kalamma”), come nella misteriosa “Issiq Nurlari”. Lavoro sostanzialmente strumentale, le voci assumono in brevi frangenti un taglio prettamente recitato, che legato ai ricorrenti tappeti percussivi in stile “pagan folk” rimandano vagamente al caro vecchio Allerseelen. Un ottimo artista che personalmente scopro solamente con quest’ultimo lavoro, la cui proposta si colloca idealmente in un territorio di confine tra la ambient di marca più rituale e quel dark-folk che proprio a partire dai primi anni ’90 (periodo dell’esordio di CP) si giocò le sue carte migliori.
Info: martin.steinebach@t-online.de
(Oflorenz)
SYMBIOSIS
Mikrokosmos
CDr (Autoprod.)

Abbiamo trattato più volte in passato le produzioni uscite a nome Valerio Orlandini, ci occupiamo ora con piacere - per la prima volta - del suo progetto Symbiosis, attivo in realtà da una decade ed autore, ad oggi, di una nutrita serie di Cdr e nastri anche in collaborazione con altri progetti (Uruk-Hai, Winterblood e Keji Siratori tra gli altri). L’universo di Symbiosis affonda le sue radici nelle suggestioni e leggende legate alla natura più selvaggia ed incontaminata, del resto i titoli dei precedenti lavori parlano chiaro: “Slavine”, “Crepuscoli spirituali”, “Spiriti di neve e foreste”, ed anche il nuovissimo “Mikrokosmos” sembra proseguire questo viaggio di taglio isolazionista sin dall’artwork del suo package formato A5, pressoché monocromatico grazie al candore dei solitari paesaggi innevati. Otto le tracce del dischetto, semplicemente numerate e senza titolo, quasi a volere dar spazio esclusivamente al suono senza ulteriori, superflui dettagli. Se il progetto fiorentino si abbevera in origine alle fonti di un’oscura ambient di matrice black-metal, l’attacco iniziale del novello “Mikrokosmos” lancia ruvidi fendenti tipicamente industriali, che si stemperano però rapidamente in liquidi soundscapes ambientali memori della lezione di grandi “impressionisti” del genere, Tor Lundvall su tutti. Proprio le sospese note di piano tipiche di alcuni lavori del bravo pittore-musicista americano paiono rivivere anche in “II”, disegnando mosaici di grande bellezza che Valerio è assai abile nel costruire mattoncino su mattoncino, drone dopo drone. Ideale il legame dei soundscapes di Symbiosis con l’immaginario foto/grafico cui accennavamo sopra (ascoltate i sette minuti di “IV”), legame che effettivamente tesse un invisibile filo tra il primigenio black metal che diviene acustico/sinfonico da un lato (si pensi a Vinterriket), ed il microcosmo di etichette quali la nostrana Glacial Movements dall’altro, intente a tramutare in suoni l’isolazionismo delle lande più estreme del pianeta. “Mikrokosmos” è come un piccolo scrigno di segreti ancestrali, da ascoltare in inverno, circondati solamente dal buio e dal calore della propria dimora. Ricordiamo che la produzione a nome Symbiosis è a disposizione in download su Bandacmp, per quanto sia ovviamente altamente consigliato l’acquisto del supporto fisico, atto che non solo supporta il musicista ma vi consente di custodire con il tempo una collezione di “quadretti” sonori con una storia da raccontare, ed una propria anima.
Info: http://symbiosis.altervista.org
(Oflorenz)

OTUR BOYD
Ten Hot Injections

Tape ((Luce Sia)

Autore di due uscite in forma liquida sulla label proprietaria Xonar nel corso del 2014, Otur Boyd (al secolo Moreno Padoan) esordisce su supporto fisico con questa bella cassetta licenziata dalla svizzera LUCE SIA, etichetta tra le più attive in questi ultimi tempi nel recupero di interessanti proposte legate fondamentalmente alla grey area italiana, ed alla loro produzione tassativamente in formato analogico su nastro. “Ten hot injections” mantiene pienamente fede al proprio titolo, proponendoci dieci tracce al vetriolo che spaziano tra le varie “sfumature di grigio” della materia industrial-ambient a tutto tondo. Supportato dalla crema dell’attuale scena italica di settore, OB concentra alcune tra le tracce più hard sul lato A (dove appaiono come ospiti Subterranean Source, Le Cose Bianche, Satanismo Calibro 9, Gianluca Favaron ed Uncodified) abbassando relativamente il tiro sul B, ove è coadiuvato da TSIDMZ con Gregorio Bardini, Noisedelik, Thysanura e Valerio Orlandini. Le interferenze che disturbano i drones in basse frequenze di “Vritra” ci introducono nel vivo del primo lato, come si diceva alquanto violento con i picchi più radicali nel noise angoscioso di “White matter” (vi troverete immersi nei fragori di un incidente stradale) e la musica concreta di “Bod-Y”, che ci riporta ai Nurse With Wound più ostici dei primissimi lavori epoca “Chance meeting…”. Le soffuse influenze pan-etniche della coppia TSIDMZ/Bardini in “Death of Indra” rendono più morbido l’approccio al secondo lato del nastro, che prosegue avvolto nei meandri oscuri di “Sweet Slow Collapse” (qui è Noisedelik ad intervenire) prima di rianimarsi nelle ruvidezze di “Never (Enough)” e “How to end it all”. Ma è proprio la coda ambient di quest’ultima, con Valerio Orlandini, ad introdurci nel lungo e rarefatto finale di “Surrender”. Un lavoro vario, ricco di ospiti d’eccezione ed assemblato davvero bene da Moreno, ed un’ennesima, valida scoperta da parte dell’etichetta ticinese.
Info: https://www.facebook.com/oturboyd
(Oflorenz)

MULBÖ
Mulbö
CD (I Dischi del Minollo)

Esordisce questo quartetto dell'area torinese, con trentacinque minuti di musica strumentale a cavallo tra rock, noise e jazz in un tripudio di programmata follia, come loro stessi la definiscono, ed una confezione da urlo. Follia ma con classe, sia ben chiaro: i ragazzi tengono il profilo basso, non prendendosi troppo sul serio e questo gli permette di tirare fuori un album semplice, immediato e trascinante, condito dalla giusta dose di ironia. Sotto tali auspici nascono le prime due tracce, "Humbaba" nella sua malinconia fatta di perenne transizione e "Noun" in un mantra vagamente industrial rock, che introducono "Kobe", dove i fraseggi di chitarra diventano preponderanti, ancora molto insistenti e ripetitivi, ma anche accattivanti. La quarta "Marno Edwin" confuta tutto ciò che è stato fatto finora sfiorando momenti techno (sic) e facendo da introduzione perfetta per quello che è il pezzo che traccia il solco, ossia "Thallium case" dove, esagerando un po', si può dire che i Nirvana più pacati incontrano il groove del sassofono, ed è forse un peccato che non ci sia una parte cantata a sovrapporsi. "Szen Ji" è un cocktail di elettronica, field recording e musica tribale, "Xagalka" è un inebriante pezzo glitch che evolve in noise rock, mentre la conclusiva "Reamut" è forse il pezzo più normale di tutto l'album, caotico rock/jazz.
Sito web: http://www.mulbo.it
(M/B'06)

SKAG ARCADE & meanwhile.in.texas
Fernweh
Tape ( (Luce Sia)

Due progetti italiani nuovi di zecca che di fatto esordiscono (Skag Arcade ha all’attivo un lavoro in digitale del 2015) con questo ottimo split per l’attivissima label svizzera Luce Sia, molto attenta sia nel recupero di progetti storici che nelle nuove proposte “Made in Italy” in ambito ambient/industrial ed annessi. One-man project romano il primo, brindisino il secondo, Skag Arcade e meanwhile.in.texas si dividono equamente il nastro con una lunga traccia a testa, lasciando al primo l’apertura delle ostilità con i quindici tellurici minuti di “The Silent Crater of the Abyss”. L’attacco monolitico si/ci immerge nel giro di un minuto scarso in un vero e proprio “maelstrom” che pare non avere alcun spiraglio di luce, con un muro sonoro che va ad arricchirsi lentamente e progressivamente di nuovi elementi; se un paragone può tornare congeniale a rendere l’idea, Skag Arcade riprende al meglio alcuni magmatici elementi che potete ritrovare nella vasta discografia di Sshe Retina Stimulants, concentrandoli sapientemente in una mini-suite che rende pienamente onore al proprio titolo. La coda finale del brano stempera progressivamente le ruvidezze dei minuti precedenti dissolvendosi in un avvolgente e rassicurante drone ambientale, quasi a darci una speranza che il cratere dell’abisso possa essere riconquistato alla disperata ricerca di una via d’uscita. La traccia di Skag Arcade trova adeguato sequel nei venti minuti di “Santa Teresa (Across the Dark Field of Bleakness)”, dove tocca a meanwhile.in.texas mettersi in gioco. La complementarietà dei due brani è notevole, con la suite del lato B che impiega poco più di due minuti a decollare (occhio al crescendo del minuto 2:09 !) facendoci a nostra volta precipitare in un nuovo abisso senza fine. Analogamente alla traccia di Skag Arcade, “Santa Teresa” lievita con il passare dei minuti in un crescendo lento quanto inarrestabile, andando a raggiungere nel suo apice centrale quello che potremmo a buon titolo definire un vero e proprio “symphonic noise wall”. Gli ultimi frangenti atterrano lentamente verso un’ agognata quiete, ma la voglia di riavvolgere e premere nuovamente “play” non tarda a farsi sentire! Info: https://www.facebook.com/LUCE-SIA-168848936784613/
(Oflorenz)

MADEMOISELLE BISTOURI
Spaltung
Tape (Craneal Fracture Record)



Dietro il delizioso moniker di Mademoiselle Bistouri si cela il bresciano Claudio Frassine, attivo dal 2011 ed autore ad oggi di tre Cdr, tra i quali l’esordio (un concept dedicato a Tesla) in condivisione con Daniele Santini. Dopo le tre uscite digitali ecco il battesimo analogico con questa C30 che esce per Craneal Fracture, giovane label iberica devota ai suoni più estremi ed oltranzisti; ed estreme si rivelano in effetti – e senza mezze misure – le due tracce di “Spaltung”, termine teutonico che sta per “taglio” o “fenditura”, come quello inferto dall’affilato bistouri della nostra Signorina. Denominate semplicemente “Part I” e “Part II”, le due tracce della tape sono due vere rasoiate (mai termine fu più appropriato) di power-electronics interamente strumentale che rasenta nella sua interezza la dimensione dell’ harsh-noise totale senza compromessi, ispirandosi alle produzioni più radicali della nostrana vecchia scuola industriale di marca analogica. Se invero non si toccano gli estremi assoluti delle produzioni di label come Signora Ward (pensate ai “total walls” alla The Rita), “Spaltung” non è comunque lontano dai picchi più violenti rintracciabili nei lavori de Le Cose Bianche piuttosto che SShe Retina Stimulants, senza dimenticare la probabile influenza della sempiterna scuola british stile Broken Flag. Una simpatica nota goliardica per finire: pare che in occasione dei primi invii a taluni affezionati contatti, la cassetta sia stata personalizzata con i più svariati gingilli, e che ad alcuni fortunati sia toccata addirittura qualche non ben definita traccia organica…! Attendiamo in redazione conferme o smentite dai diretti interessati nel caso fortunato stiano leggendo queste righe, nel frattempo una cosa é certa: Mademoiselle Bistouri è una dama letale e non fa prigionieri, siete avvertiti.
Info: https://soundcloud.com/m-bistouri
(Oflorenz)

MARIO GRÖNNERT AND COMMONSEN5E
Nightmares and dreamscapes: silhouettes of Urbia
CD (Audiokult)

L'austriaco Mario Grönnert e lo statunitense di Portland Mason Metcalf, aka Commonsen5e, uniscono le forze in quello che può essere considerato, a detta dello stesso Mario, come un viaggio sonoro e sensoriale in una città post-apocalittica alla ricerca di un segnale positivo che lasci intravedere una tenue speranza per l'incerto domani. Le stagnanti tastiere e le atmosfere a metà tra chill-out e drone/ambient portano un vento di gelida desolazione, che scatena sensazioni analoghe al trovarsi in un cantiere abbandonato in aperta campagna in una fredda giornata invernale: in quei momenti si trova il tempo per rallentare e fermarsi a riflettere su se stessi e sul mondo ascoltando i pochi segnali della natura che non è in letargo. E così è per la prima lunga suite da oltre ventidue minuti, "Breathing in the ash", a cui succede una più movimentata "Sky full of crows", dove sprazzi di un krautrock rumoroso e mistico si mescolano a palpitazioni industrial. Riverberi lo-fi di un pianoforte caratterizzano "Station 17", pianoforte che assurge a impalpabile protagonista della successiva "Journeys calling". Questa traccia dà la stura all'ultima parte più downtempo, che ricorda i lavori di Fjernlys, chiusa dall'ultimo pezzo, "The World rewinded", dai toni più maestosi. In conclusione un lavoro non straordinario, in un ambito sovraffollato, eseguito e prodotto in maniera dignitosa.
Sito web: https://www.facebook.com/MarioGroennert;
https://www.facebook.com/CommonSen5e
(M/B'06)