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MICHAEL BONAVENTURE
In tenebris ratione organi
CD (Eighth Tower Records)

Michael Bonaventure torna con un nuovo interessante lavoro, per la Eighth Tower Records. “In tenebris ratione organi” è una sorta di oscuro viaggio nel tempo e nello spazio, che parte dal krautrock e dalla kosmische musik per arrivare al drone e al dark ambient dei giorni nostri. Dopo i primi due brani che sembrano usciti da una cattedrale demoniaca dove Boyd Rice è in atto di celebrare la sua personale funzione religiosa, così come sarà nella seconda parte della title track più avanti, arriva Morphodelic coi suoi toni sognanti ed i mistici loop vocali. “Giant Silver” e “Distant madrigal” sono invece perfetti esempi di coesistenza di tessiture elettroniche ed incursioni organistiche, mentre “Love transformed” ha un tono più sacrale, come una jam session tra Dietrich Buxtehude e dei moderni Popol Vuh. Chiudono “Giant gold” e “Doom animal”, più sfacciatamente estremi ed astratti. Probabilmente unico nel panorama mondiale della musica sperimentale, questo musicista ha il merito di portare ai giorni nostri una visione inedita di quanto ha ancora da dire uno strumento straordinario e tra i più completi come l’organo, che giace relegato negli stilemi del passato, comparendo di rado e quasi sempre marginalmente nei brani di gruppi moderni. Bonaventure ci regala quindi una perla non solo musicale, ma di saggezza, ricordandoci che a volte la vera avanguardia è la perfetta riconversione e ricollocazione di ciò che giace pressoché inutilizzato in una nicchia del passato.
Sito web: https://eighthtowerrecords.bandcamp.com/album/in-tenebris-ratione-organi
(M/B’06)

 
NICK CAVE AND THE BAD SEEDS
Ghosteen
CD / LP (-)

Due. Due come il doppio album che ci apprestiamo ad ascoltare e due, ancora, come le facce di Nick Cave. Un doppio, quello dell’artista australiano, da non intendersi come un album variegato in cui si alternano brani forti, intervallati a ballate strazianti, ma un duplice modo di presentarsi: da un lato la bestia inferocita dei concerti e, dall’altro, il padre capace di piangere e raccontarsi nel dolore per la morte del figlio.
“Ghosteen nasce decisamente a sorpresa, annunciato, quasi fosse stato uno scherzo, in quelle lettere che Nick Cave iniziò a scambiarsi con i fan (spesso di giovanissima età) in cui ci si raccontava e ci si metteva a nudo. E così, dietro una copertina floreale che ci riporta ad un clima di pace, tra prati verdi, cavalli bianchi, leoni e altri animali (quasi i sopravvissuti dell’Arca di Noè) e cieli sereni in cui penetra un raggio di luce abbagliante (divina?), scopriamo il successore di “Skeleton tree”.
Ascoltandolo “Ghosteen” non possiamo non considerarlo il capitolo due del dolore. Un progetto musicale nato quasi per espiare ed esorcizzare la tragica morte del figlio. Se “Skeleton tree” era il primo canto in cui Nick Cave metteva in musica e parole i suoi stati d’animo, in “Ghosteen”, l’australiano sembra sforzarsi nella ricerca di un po’ di pace (sarebbe troppo parlare di serenità), comunque nell’instancabile ricerca del figlio e di un dialogo forse impossibile con lui.
L’anteprima mondiale del nuovo lavoro, spiegava le intenzioni della band: una prima parte composta da canzoni che rappresentano i figli, ed una seconda, intervallata da una pausa e da una introduzione, in cui le canzoni rimanenti rappresentano i genitori.
Le canzoni riprendono il clima sonoro già sentito in “Skeleton tree”. Dimentichiamoci le cavalcate marchio di fabbrica dei Bad Seeds, qui le chitarre sono solo accennate e diventano un piccolo contorno, mentre la parte del leone è giocata dalle tastiere, dal pianoforte e dai cori che contribuiscono a rendere etereo il contesto sonoro; in mezzo a questo, la voce di Cave, ispirata e carica di dolore (“I’m waiting for you”). Un lavoro certamente non facile da apprezzare al primo impatto, ma un disco che ascolto dopo ascolto è capace di catturare perché intenso e profondo. Mai come in questa occasione i Bad Seeds si sono messi al servizio di Cave, rinunciando (con la sola eccezione di un imponente tappeto di synth) a virtuosismi di sorta o interventi barocchi, dimostrandosi una delle migliori band in attività.
Quando commentai “Skeleton tree” finii dicendo che era difficile considerarlo un album musicale, apparendo quasi una veglia funebre.
A distanza di poco più di due anni, potrei confermare la mia interpretazione, aggiungendo l’idea che di quel lutto “Ghosteen” ne rappresenta, di conseguenza, l’Anniversario.
Ritengo che l’ultimo album a cinque stelle dei Bad Seeds rimanga “Push the sky away”. Ma questo è un discorso di gusti musicali, e in certi casi la musica deve lasciare il posto ad altre cose … e quindi va bene anche un “Ghosteen” tra la nostra collezione di dischi.
Sito web: https://www.nickcave.com/ghosteen/
(Gianmario Mattacheo)  

LACOLPA
Ante lucem ac tenebras
Cdr (
Autoprodotto)

Ritornano i LaColpa con un ep che anticipa l’uscita del prossimo album, dopo il convincente full length di debutto “Mea maxima culpa” del 2017.
Il quintetto piemontese porta sul campo tre nuovi brani micidiali, che confermano le ottime sensazioni del precedente lavoro, rivelando un approccio più primordiale, come a ricordare che il genere di partenza è e rimane lo sludge, ossia il fango, che non è altro che la terra o la polvere da cui veniamo ed in cui ci dissolveremo, detta da cristiani, e qui c’è tanto dei meccanismi di questa religione oscura e apocalittica. Declinato nelle vocals black metal del cantante Mario Olivieri, nel noise delle chitarre rimodulate di Davide Destro, del basso di Andrea Moio e della batteria di Davide Boeri, che solcano terreni crudeli e ruvidi incessantemente, in sincronia col mastermind del rumore Cecco Testa, il risultato finale è un inasprimento dell’impatto sonoro, un ulteriore allontanamento dal mainstream e un’accentuazione della voglia di portare questa creatura abissale e demoniaca allo scoperto, come uno dei Grandi Antichi maleodorante ed incomprensibile, ma allo stesso tempo profondamente affascinante. Il primo brano “Welcoming the agony” si apre con un loop di “Domine salvum fac” cantato dalla commovente voce dell’ultimo cantante d’opera castrato Alessandro Moreschi, che emerge tra lamenti di dolore: ma è solo un attimo prima che entrino i ritmi inesorabili di un muro doom metal e la voce di Mario che ci dà il benvenuto in un mondo di dolore, che si evolve in ulteriore disperazione attraverso distorsioni e harsh noise prima di tornare alla celestiale voce di Moreschi che chiude il brano. La successiva “Mea maxima culpa” preme l’acceleratore nella direzione di uno sludge/noise più veloce e caotico, estremizzando ulteriormente il precedente brano, senza lasciar spazio a fronzoli melodici o atmosferici, ma accrescendo la componente harsh noise in un viaggio a metà tra Merzbow e Mayhem. La title track finale sorprende ancora una volta, mescolando suoni terrificanti ed una voce catacombale e distorta, come negli episodi più oscuri di band come Black Funeral, ma attraverso ritmi lenti e tipicamente sludge, in una suite che va oltre i dieci minuti e lascerà l’ascoltatore disorientato e senza fiato.
Questo ep che sfiora la mezz’ora di musica, limitato a sole 33 copie, ha il sapore delle bombe che sconvolgono il panorama musicale e accresce a dismisura l’attesa per il prossimo full length. Ai LaColpa non interessa il successo, non interessa fare soldi, non vogliono piacere a nessuno, solo portare a termine la loro ascensione musicale ed espiazione attraverso il dolore e ci stanno riuscendo alla grande.
Sito web: https://www.facebook.com/LaColpa666
(M/B’06)

 

COMMON EIDER KING EIDER
Egregore
Download (Cold Spring Records)

Per questo nuovo lavoro del collettivo Common Eider King Eider, Rob Fisk, unisce le forze con Yan Arexis dei Cober Ord per dare vita ad un album di drone/ambient rituale, fatto di quattro suite popolate di rumori sinistri, vaghe percussioni e riverberi marcescenti. Il lavoro affonda le sue radici nei Pirenei in cui hanno avuto luogo i rituali legati alla luna nuova di maggio del 2018 che costituiscono coi loro sussurri e i loro rumori ambientali, la struttura portante delle quattro tracce, che sono sostanzialmente offerte fatte durante le invocazioni occorse tra le tarde ore notturne e le prime del mattino, e richiamano apertamente i quattro elementi base dell’alchimia, fuoco, vento (o aria), acqua e terra, associati in questo caso rispettivamente a sole, respiro, sangue e ossa. È un lavoro dall’andatura lenta, incessante, metodica e paziente: non può essere ascoltato come un comune disco, ma vissuto, soprattutto a livello interiore. Degno corollario sono i visual riportati nella grafica del cd a cura di Kevin Gan Yuen dei Sutekh Hexen.
Sito web: https://www.facebook.com/CommonEiderKingEiderCaribouPeople
(M/B’06)

 
DRAB MAJESTY
Modern mirror
CD (Dais Records)

Ma quanto è bello tornare sentire della (nuova) musica anni 80’!, e poco importa se è stata composta in ritardo di una trentina d’anni circa. I Drab Majesty, alla terza prova in studio, si confermano degli splendidi portavoce di una musica con connotati musicali non mascherati e, volutamente, messi in evidenza come farebbe un culturista pieno d’olio durante la sfilata.
“A dialogue” ci fa entrare in questo mondo retrò in cui un imponente battaglione di tastiere presenta un sound vagamente inquietante su cui si appoggia un cantato freddo e robotico. “The other side” fa sentire un po’ più le chitarre, in un pezzo che è meno dark e più tendente al pop (ma di matrice sempre e comunque eighties); stessa cosa dicasi per “Ellipsis” che, scelta come singolo, forse rimane un po’ meno a presa immediata, rimanendo a metà strada tra un brano oscuro ed un bel pop.
In “Noise of the void” (una delle tracce migliori) regna l’atmosfera ed è piacevole quel cantato che pare arrivare da lontano, per un brano in cui le elettriche mostrano i muscoli sul finale; “Oxytocin”, ancora, sembra che trovi un equilibrio perfetto tra le chitarre pungenti, i sintetizzatori e la voce che prova a dare un qualcosa in più sul versante melodico, mentre “Long division” sembra fatta apposta per essere suonata in quelle discoteche di chi ha deciso di fermare le lancette dell’orologio al 1989, perfetta nel suo essere dark con un ritornello catchy destinato a rigirarti in testa.
Chiude “Out of sequence” con un sound in cui è un pò più forte la vena dark truzza (in precedenza “Dolls in the dark” aveva fatto la stessa cosa), in un brano in cui la band sembra accostarsi maggiormente a firme quali Sisters of Mercy, ma mantenendo altissima la qualità del prodotto.
“Modern mirror” è un disco che non cambia assolutamente nulla. Qui non si inventa nuova musica e tutto ciò che sentiamo è stato già scritto; ma è un disco piacevole, bello, dotato di fascino. Un disco che pensiamo che non invecchi perché nasce già con un po’ di polvere sulla copertina. Una sorpresa discografica ed una delle cose più belle ascoltate in questo 2019; un disco che rimarrà a girare nello stereo anche dopo questa recensione, ne siamo certi.
(Gianmario Mattacheo)
 

IL GOLEM DI CRISTALLO
εἴδωλα
CD (Dusty Buddha Recordings)

Debutta finalmente “Il Golem di Cristallo”: nato nel 2015 dalla mente di A. S. (ex Malasangre, RBMK), è un progetto che si è sviluppato nel tempo attraverso la partecipazione di musicisti provenienti da diverse esperienze musicali, che ne hanno determinato la commistione di stili, da psichedelia a doom e post-rock fino al dark ambient. Quattro tracce, lunghe suite rituali orchestrate da S.B. da mediamente dieci minuti l’una, dove la chitarra di A. B. e la batteria di M.T. fanno da sostrato fondante di rituali e rievocazioni di leggende, come quella della Ourang Medan declamati da voci distorte: gli arpeggi di chitarra affondando le radici nei gruppi della scena prog rock italiana degli anni ’70 come Goblin, Jacula e Biglietto per l’Inferno e lo stesso nome del gruppo rievoca gli horror italiani del medesimo periodo. La struttura musicale si completa con la parte elettronica e rumoristica a cura di A.S. e D.C. È un album originale che non segue correnti definite o “modaiole”, ma piuttosto trova una via personale nella perpetrazione di una forma musicale come quella rituale, che sempre più appartiene all’elettronica, qui vista invece in chiave doom/post-rock.
Sito web: https://www.facebook.com/ilgolemdicristallo
(M/B’06)

 

LLYN Y CWN
Twll Du
CD (Cold Spring Records)

Nuovo lavoro per il gallese Ian Powell: Ian è un tecnico che lavora per la School of Ocean Sciences presso la Bangor University e che ha la fortuna di trascorrere gran parte del suo tempo al lavoro sul mare e nell’Artico a bordo di navi utilizzate per la ricerca scientifica. Questa è quindi la principale fonte di ispirazione per i suoi lavori, che oltre a includere pezzi di maestoso ed intenso ambient sullo stile di Lustmord e Sleep Research Facility, unisce alla musica fotografie mozzafiato raccolte dallo stesso Powell durante i suoi viaggi. Più similmente al lavoro di quest’ultimo progetto, l’intento di Powell è quello di trasportare l’ascoltatore nelle gelide lande desolate, come già fece Kevin Doherty con “Deep Frieze”. Il risultato sono 55 minuti di puro dark ambient che racconta la storia di Twll Du ossia il “buco nero”, la spaccatura situata nel nord del Galles, che divide la roccia di Clogwyn y Geifr in Y Garn e Glyder Fawr e da cui esce spesso vapore facendole guadagnare l’altro soprannome di “cucina del diavolo”. Intensi riverberi che sembrano mareggiate portano l’ascoltatore in uno stato di sonno ipnotico, facendogli percepire tutta la desolazione e la bellezza di questa musica.
Sito web: https://llynycwn.bandcamp.com
(M/B’06)

MOLOCH CONSPIRACY
Baclou
Download (Eighth Tower Records)

A cinque mesi dall’ultimo “KUR”, che ha visto la collaborazione con Xerxes The Dark e Uunslit, esce il nuovo album del progetto del francese Julien Lacroix.
Il lavoro intitolato “Baclou” si basa su field recordings effettuati dall'autore durante un lungo viaggio nelle foreste del Suriname e della Guyana Francese, che conferiscono un tono isolazionista e fortemente ambientale nel vero senso del termine alla struttura tipicamente drone/dark ambient dei singoli brani. È un album come di consueto oscurissimo, capace di portare alla luce la spietatezza della natura rigogliosa di quelle regioni, ma anche la sua fase notturna e putrescente, chiamando in causa il Baclou, creatura probabilmente derivante dal golem, parte integrante del folklore della Guyana.
Attraverso la musica si compie un viaggio disorientante, preda del caldo tropicale, del tripudio di forme di vita spesso letali, in una costante ricerca di sicurezza e di un luogo sicuro che non ci può essere, dove percussioni tribali in lontananza ricordano che il pericolo peggiore forse proviene dalla nostra stessa specie.
Sito web: https://www.facebook.com/moloch.conspiracy
(M/B’06)

OPIUM DREAM ESTATE
Dark shines
C
D (Attuned Records)

A due anni di distanza dall’ultima uscita, che fu del doppio singolo “Kneel To The Cross / For Old Times’ Sake”, ritorna questo quartetto parigino con un ep di ottimo livello, a cavallo tra indie rock, folk psichedelico e blues. Sei tracce in meno di mezz’ora di musica che lascia il segno sia per la varietà di stili, che soprattutto per la straordinaria capacità di farli convivere e amalgamarli con una formula più che convincente. Ritmi lenti, un cantato coinvolgente ed emozionante e delle oscure melodie irresistibili come in “Swampsong”, che ricordano da vicino le strampalate narrazioni di Nick Cave, che si ritrovano in “Gotta get murdered” ed i King Dude nella bellissima opener “Black desert blues” non a caso, vista la pesante influenza del rock americano, ma anche i Death in June e Sol Invictus più neo-folk nel brano “A mermaid”. Se queste sono le premesse, davvero non manca nulla al travolgente successo di questa band.
Sito web: https://www.opiumdreamestate.com
(M/B’06)

SINEZAMIA
Fingere di essere
CD (Sliptrick records)

Ritorna una nostra vecchia conoscenza, i Sinezamia, band mantovana attiva dal 2004 che ha prodotto diversi singoli, EP e demo.
"Fingere di essere" è il secondo album di lunga durata della band capitanata da Marco Grazzi.
L'influenza dei Litfiba ha da sempre contraddistinto la musica dei Sinezamia ma in questo album, che contiene dieci tracce, la band ha un tocco più personale come nel brano "Nel Blu" e in "Lontano", pezzo degno di nota, in cui le atmosfere alternative rock anni '90 si fanno sentire di più.
Altro brano secondo me che si distingue è "Fingere di essere", che da il titolo all'intero lavoro, che è il brano di punta dell'intero lavoro.
I brani che preferisco sono "Se non provo più" e "Ora e qui", pezzi più lenti che ricordano i Litfiba e mischiano le sonorità raffinate di "Litfiba 3" a quelle più rock di "Terremoto".
Le atmosfere generali che si sentono nell'album sono un misto tra new wave, alternative rock e hard rock (soprattutto la chitarra in alcuni punti).
Con "Fingere di essere" i Sinezamia osano di più rispetto alle precedenti produzioni cercando di dare un tocco più personale a questo album nonostante sia un periodo non facile per chi produce musica.
La musica è in crisi, ormai l'utente medio "usa e getta" brani in streaming e ascoltati di fretta.
Nononstante questo la band, attingendo da più generi musicali, produce un album, che se ben supportato, potrà soddisfare un pubblico decisamente più eterogeneo.
http://www.sinezamia.it/
(Nikita)
SOLCO CHIUSO
Slanci Tremori Schianti
CD (Steinklang Industries)

Side-project di Gabriele Fagnani della Corazzata Valdemone, Solco Chiuso nasce nel 2014 ed esordisce di fatto nel 2015 con ‘Human Textures’, replicando due anni dopo con il granitico ‘L’Alcova d’Accaio’, da noi trattati all’epoca su queste stesse pagine. L’elemento futurista, già presente nei lavori precedenti, si realizza pienamente - sin dal titolo - in questo ultimissimo ‘Slanci Tremori Schianti’, in uscita per la storica label austriaca (già da qualche tempo stabilitasi in Lettonia) Steinklang Industries. Il nostro Marinetti ma anche la francese Valentine de Saint-Point, autrice nel 1912 del ‘Manifesto della Donna Futurista’, donano linfa ed ispirazione al lavoro di Solco Chiuso, che con le sue trame di sulfureo industrial-ambient desidera fortemente affermarsi come un contemporaneo ‘Intonarumori’ della nostra era. Lo desidera, e ci riesce: i dodici manifesti sonori del disco traspongono idealmente ‘Slanci’, ‘Tremori’ e ‘Schianti’ di futurista memoria riattualizzandoli tramite i mezzi elettronici della moderna tecnologia, che ben si amalgamo con gli stralci di scritti di Marinetti e della Saint-Point marzialmente declamati da Gabriele. ‘Volontà Esorbitata’, ‘Vampa Trionfale’, ‘Manifesto dell’Ultra Violenza’, ‘Poesia Incendiaria’: eccovi qualcuno tra i titoli altisonanti che compongono l’opus di Solco Chiuso, parole come schegge d’acciaio che si trasformano in suoni altrettanto incandescenti. Se il main-project della Corazzata si addentra ultimamente verso territori di stampo neo-folk, Solco Chiuso tiene pienamente fede al verbo industriale, che ben si confà all'immaginario di acciaio scintillante e levigato dell'universo futurista. Dodici ‘Strilli di Metallo Scottante’, parafrasando il titolo del capitolo di chiusura del disco, da ascoltare a volume potente rimirando una galleria di immagini geometriche in perenne movimento di Balla e Boccioni. Ultima curiosità: il disco esce l’ undici di ottobre dell’anno in corso, perpetrando la tradizione del giorno undici come data ricorrente nell’uscita di non poche opere e manifesti futuristi.
Info: https://steinklangindustries.bandcamp.com/album/solco-chiuso-slanci-tremori-schianti-cd-oct-2019
(Oflorenz)
 

SONOLOGYST
Phantoms
Download (Unexplained Sounds Group)

Prosegue incessante la ricerca sonora di Raffaele Pezzella coi suoi Sonologyst, progetto ispirato alle sperimentazioni rumoristiche degli anni ’50-’60, attualizzate con gli strumenti moderni. L’album in questione suona come un freddo collage sonoro che ricorda i momenti più estremi di artisti come Maurizio Bianchi o Steven Stapleton. L’introduttiva “Phantoms” ne è il perfetto esempio, introducendo un’atmosfera malata e allucinata che non abbandonerà il disco fino alla fine, mentre forse il pezzo migliore è “Shamanic rite passing on a surgery table equipped with azzax and trumpet view” una sorta di rituale à la Zero Kama in chiave noise, che i ricorda i sabba demoniaci dei primi Current 93. I campionamenti su cui nascono i vari brani assumono un accento totalmente distopico, asserviti ad una funzione inquietante e disorientante. Field recording e musique concrète si uniscono in un patto scellerato col fine di riportare in auge quanto di più oscuro è stato prodotto nei decenni scorsi con il solo ausilio di scarsa strumentazione e tanta ispirazione, questa volta però in maniera consapevole e con alle spalle tanta tecnologia e mestiere.
Sito web:  https://sonologyst.bandcamp.com/
(M/B’06)

 

TÖRST / CANECAPOVOLTO
In France
CD  (autoprodotto)

A circa quindici anni di distanza ritornano a lavorare insieme i salernitani Törst ed i catanesi Canecapovolto. Alfieri di uno sperimentalismo spinto sin dagli esordi negli anni novanta, e allergici a qualunque tipo di limitazione legata al genere trattato, entrambi hanno perseguito la loro poetica ricca di personalità fino ad oggi. Spiriti affini, ritrovano loro stessi alla perfezione, come se il tempo non fosse mai trascorso: ne risulta un lavoro dichiarato come trasposizione di sogno, ricolmo di campionamenti e strumenti come campane tibetane, [d]ronin, flauti, percussioni, pianoforte, theremin e chitarra, coi contributi di Stephen D. Conway nelle parti declamate e di John Crosby alla chitarra nel brano “This sensation was strong”. Il cd da 33 minuti circa scorre via in un sol fiato, come una visione astratta che pare un incrocio tra i Kapotte Muziek e la trascendentale collaborazione Nebulon & Hybrids “Clavis”, con eccellenti momenti di drone ambient e scarno rumore mai stucchevole, che disorienta l’ascoltatore e non gli permette di fermare la giostra su cui è salito.
Sito web: http://www.torst.com; https://vimeo.com/canecapovolto
(M/B’06)

 
VIOLENT FEMMES
“Hotel Last Resort”
CD (PIAS recordings)


Non occorrono troppe parole per spiegare il perché ogni uscita che riguardi VIOLENT FEMMES è attesa con grande partecipazione emotiva e difatto ogni loro nuovo disco è una conferma della quale si può solo parlare in termini di capolavoro. Pionieri indiscussi di un Alternative-Rock che riesce a mescolare alla perfezione più generi, la band proveniente da Milwaukee, Stato del Winsconsins centro-nord degli USA, con HOTEL LAST RESORT giunge all’undicesimo album in studio.
Il loro stile acido conserva intatta la solita malinconia alcolizzata; è un viaggio di andata e ritorno consumato nel whiskey. Gli umori sono Borderline, debitori del Rock’N’Roll e del Punk, loro punto di partenza quarant’anni fa. Lo spoken iniziale di Another Chorus apre alla serie di canzoni lacerate e laceranti dove fanno capolinea Blues (I’m nothing, Paris to Sleep), Country (I Get What I Want, Not OK, Everlasting You, This Free Ride), Gospel (I’m Not Gonna Cry), Folk (Sleepin’ at the Meetin’) e suoni autoctoni (Adam Was A Man, It’s All Or Nothing) che rimandano ad Hallowed Ground. La title-track che da il nome alla release vede come ospite alle chitarre Tom Verlaine dei TELEVISION mentre la conclusiva God Bless America sembra, o meglio è una provocazione nel suo patriottismo Post-Hippy da rivoluzionario sognatore (nonostante l’amore dichiarato da parte di Gordon Gano, leader e voce del gruppo).
La presenza di ospiti di un certo livello non è nuova nei loro lavori: John Zorn, Steve Mackay sono solo alcuni dei nomi con cui hanno collaborato. Tornando all’album ed alla musica più che di Alternative-Rock potremmo parlare di Art-Rock; tredici canzoni nel loro inconfondibile stile non aggettivabile.
La verità è che i VIOLENT FEMMES hanno da sempre unito poesia a musica prendendo le distanze da tutto e tutti; per questo le loro composizioni risultano essere da sempre taglienti e tormentate. Mi inchino a questa ennesima riprova.

(Luca Sponzilli)