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oscuro
THE CURE live @ Parkbuhne Wuhlheide, Berlino, 10, 11 e 12
luglio 2026.
Testo e foto di
Gianmario Mattacheo
10 luglio 2026
L’idea
di un racconto, composto da tre concerti in tre giornate
consecutive, ha subìto un clamoroso cambio di
prospettiva, tale da modificarne nel profondo la
narrazione.
Ciò che in partenza era (e sotto certi aspetti è ancora)
un report diviso in tre distinti capitoli, viene per
forza di cose influenzato dai fatti che hanno colpito la
band. Facciamo brevemente tornare il nastro indietro, a
quel momento in cui Simon Gallup accusa un malore,
quando già si trovava a Berlino. Nel momento in cui
scrivo, ci sono arrivate solo voci o illazioni circa il
suo reale stato di salute e, pertanto, e (soprattutto)
nel rispetto della sua persona è bene non andare oltre,
rimanendo alla cronaca ufficiale, ovvero ad un malessere
temporaneamente invalidante.
Inevitabilmente tutta la trasferta gira intorno a
questo. Lo fa per la band e vedremo la reazione sul
palco e fuori e lo fa per i fan che si sono accorti del
cambio di line up, solo a inizio spettacolo.
Diventa quantomeno sui generis affrontare un report
quando l’aspetto musicale va di pari passo ad altre
emozioni che, volenti o nolenti, si muovono più sul
piano umano.
Avrei iniziato parlando della cornice del Parkbuhne
Wuhlheide, ovvero una delle più suggestive arene di
questo tour; avrei messo l’accento di come le tre date
berlinesi non sono inquadrabili nei grandi festival, per
le dimensioni della location (ridotta), per le band di
supporto e per gli orari, ovvero per tutti quei fattori
che facevano questi concerti un “Non tour estivo” dei
Cure.
Avrei detto questo e altro, ma il cursore del mouse
cancella quanto pensato in proposito.
In un clima decisamente strano, i Cure (tornati in 5)
aprono con “Plainsong”, per uno spettacolo in cui la
percezione della fatica è decisamente palpabile. Quel
qualcosa di “strano” pare essere un po’ ovunque, finendo
per rendere alcune canzoni come bloccate, strozzate o
imperfette. Quell’imperfezione talmente umana che ci fa
ancora più essere in sintonia con la band.
Robert Smith, d’altro canto, è e fa Robert Smith. Il suo
senso dello spettacolo, il suo carisma, il ruolo che ha
e il rispetto per il suo pubblico, sono elementi
che lo portano a condurre uno show apparentemente
normale, là dove la normalità, oggi, non è di casa.
Sembra soffrirne anche la scaletta, i cui pezzi, specie
nei bis, sono selezionati quasi a onor di firma. Ci
ricorderemo le parole di Robert, mentre dedica a Simon
la “Lullaby” di “Disintegration”, o quando ringrazierà
sui social il figlio Eden per aver permesso di
proseguire concerti e tour, suonando il basso del padre.
Qualcuno potrebbe parlare di un concerto in tono minore;
io mi sento di dire che è stato un concerto in cui gli
uomini hanno prevalso sugli artisti, e, di questo, non
possiamo che ringraziare.
To be continued …
11
luglio 2026
24 ore sono sufficienti per rimettere le cose a posto?
Forse no, specie se si arriva da una giornata molto
difficile e da una esibizione talmente particolare che
rimarrà nella memoria dei fan. Ma Robert Smith non è
quel personaggio che si ferma leccandosi le ferite e il
secondo capitolo di questa trilogia berlinese diventa
l’occasione per rimettere alcune cose nella direzione
giusta.
Il concerto di ieri si era caratterizzato dalla sorpresa
con la conseguenza che i cinque Cure rimasero piuttosto
slegati sul palco, in una esibizione dove con l’ultimo
pezzo pareva essere finita una fatica ben più grossa
delle due ore e mezzo di reale spettacolo. Oggi Robert
vuole ripartire da quel punto, probabilmente facendo di
questi professionisti un gruppo nuovamente coeso.
Il concerto di ieri ci ha fatto capire, nella sua
assenza, l’importa di Gallup e la differenza tra il
suonare le medesime note di basso rispetto al
“collegarle” agli altri. In particolare era proprio la
sezione ritmica a rimanere in affanno, con un Jason
Cooper rimasto quasi isolato, senza un collante reale al
resto dei sodali.
Si riparte, dunque. “Plainsong” è quell’inizio che più
piace ed emoziona i fan, ma che oggi, sul finale, ci fa
capire quanto le tossine del giorno prima non siano
ancora smaltite. Una nota stonata di Roger O’Donnell
toglie, in chiusura del pezzo, quasi tutta la magia e ci
dice, in sostanza, come la ricostruzione non sia un
processo totalmente realizzabile in solo giorno.
Tuttavia, la band è senz’altro più presente e brani come
“Pictures of you”, “Lovesong” e “Fascination
street” proseguono la celebrazione dell’album del 1989”,
mentre “Inbetween days” viene giustamente riportata nel
main set, là dove, nel caos di ieri, era stata relegata
a contorno finale.
Tutto prova a rimettersi in carreggiata, ma pare di
udire il rumore di un motore che chiede disperatamente
l’olio necessario per far girare la macchina a pieno
regime. È il caso di “Cold” a cui manca un doppio giro
di tastiera o una “Push” che si salva solo per la sua
natura, ovvero la capacità di mettersi in connessione
assoluta con il pubblico.
“A strange day” è quel pezzo che porta le emozioni più
alte, esattamente come 24 ore prima aveva fatto “One
hundred years”, quando riuscì a cancellare pensieri e
difficoltà, attraverso una potenza emotiva, cantata con
trasposto e tecnicismo.
Robert dedica “The last day of summer” a Simon Gallup e,
forse più di ieri, ci colpisce questa dedica perché
legata ad un brano che il suo autore considera da sempre
toccante e viscerale.
“Disintegration” è sempre un brano di grande impatto, ma
di difficile esecuzione e, se Robert Smith tiene alla
perfezione sul cantato e sulla chitarra, ci pare, per
contro, di essere di fronte ad una band che fatica non
poco a stargli al passo.
Anche sui rientri pop qualcosa gira storto, questa
volta, non certo per cause imputabili al gruppo; su
“Friday I’m in love” salta l’impianto audio e possiamo
solo ascoltare il pezzo attraverso le casse dei
musicisti sul palco e, quando viene ripristinato, il
volume sembra troppo basso e non all’altezza di un
concerto rock.
Per fortuna Robert Smith riesce a ricreare magia e
sorrisi e proprio come un Re Mida della musica è capace
di farci ballare e sorridere tra una “The walk”, una
“Close to me” e una “Why can’t I be you”.
Poi arriva “Boys don’t cry” e non è possibile, qui,
sbagliare una virgola.
Si conclude un concerto che mi pare di poter definire il
“Concerto del giorno dopo”. In risalita.
To be continued …
12 luglio 2026
“SEI GIA’ STATO QUI”.
Era questo l’incipit di un libro di Stephen King nel
quale il Re del brivido si rivolgeva direttamente ai
suoi lettori per dire che a Castle Rock si sarebbe
ambientata la sua ennesima paurosa storia. Citazione
alta, mi rendo conto, ma che trovo calzante per il terzo
concerto consecutivo al Parkbuhne; La location più
attrattiva dell’intero tour sta per salutare l’ultima
esibizione tedesca dei Cure.
In più occasioni mi sono trovato a commentare, un giorno
dopo l’altro, quello che a molti sembrerebbe lo stesso
concerto. La difficoltà per chi scrive non è tanto
trovare energie da rinnovare, quanto riuscire (anche
solo parzialmente) a trasmettere almeno una piccola
porzione delle emozioni provate.
La domanda è la stessa e, nel tempo, le parole in
risposta a: “Ma non ti stanchi nel vedere lo stesso
concerto?” si sono via via sempre più ridotte, fino a
scemare in un laconico sorriso. Come spiegare il perché
si cerca la felicità e il benessere? Perché siamo fatti
per questo. Perché continuiamo a guardare su Rete4 i
film di Bud Spencer e Terence Hill, in fondo? Conosciamo
perfettamente le smorfie e i cazzotti che si prenderà il
malcapitato di turno, ma lo aspettiamo, mentre un
sorriso inizia a dipingere il nostro (per nulla ignaro)
volto.
Ebbene, un concerto è un film dopotutto, ma recitato in
presa diretta, dove una parte spetta ad ogni singolo
spettatore, che diventa responsabile anch’esso della
riuscita dello show.
Peraltro, mai come in questa occasione i film narrati
sono espressione di storie a tratti diametralmente
diverse. Abbiamo raccontato del primo e delle sue quasi
drammatiche circostanze; abbiamo vissuto la forza
reattiva che il gruppo ha posto in essere il giorno dopo
e oggi siamo in attesa di conoscere la sua evoluzione.
Il popolo dei Cure si appresta a ripetere lo schema dei
due giorni precedenti, ovvero vivere una festa lunga
poco più di due ore, in cui il principale festeggiato è
un artista che da qualche tempo ha passato la sessantina
ed è eletto ad autentica divinità pagana, responsabile
di gioie, dolori, tanti soldi spesi appresso, ma con un
ritorno in termini di felicità ripagante di tutto.
Terzo concerto e terza apertura per “Plainsong” che
questa volta non vede errori da parte di nessuno e poi
una “Pictures of you” che non fa prigionieri.
Ad inizio concerto “A night like this” mette le basi al
rock da stadio e la sua accoglienza è una di quelle
serie, anche se ammetto che l’assolo di Gabrels mi
rimane ogni volta indigesto e confesso di fare fatica a
considerare l’americano come un membro effettivo dei
Cure; il sound che produce, il distacco sul palco e il
poco attaccamento verso la base non può che riportarmi
le sopraccitate emozioni.
Ciò che è accaduto in questi giorni ci spinge a guardare
il concerto con occhio un po’ più clinico del solito. Se
quel collante musicale era assicurato da Simon Gallup,
oggi mi pare che in parte il compito sia andato sulle
spalle di Roger O’Donnell. Mai come in passato il
tastierista si trova a guardare i colleghi, dettando
tempi e interagendo più del solito con Robert Smith, nel
tentativo di trovare nuove alchimie e, soprattutto, un
altro equilibrio.
Lo stesso leader, forse mai come in passato, si sente
costretto a dettare ai fonici continue istruzioni, per
cercare la solita perfezione, così difficile da
raggiungere in questi giorni complicati.
Sul versante easy è un vero piacere ascoltare “Catch”
che mancava live da dieci anni, mentre il botto viene
raggiunto da “Charlotte sometimes”. Il singolone del
1981 è uno dei manifesti assoluti del primo periodo dark
e la scelta di suonarla oggi carica di significato
l’intero concerto.
Se “One hundred years” il primo giorno e “A strange day”
il secondo sono state quelle canzoni capaci di fare
emozionare al punto tale da azzerare ogni pensiero, oggi
la magia mi tocca in modo più forte quando parte “A
forest”. E’ questo il brano che mi porta altrove e
ripaga di tutti gli sforzi. Quel ”Again” ripetuto e
gridato da tutti è un po’ come sputare via il veleno,
dove una celebrazione collettiva rende unico il momento.
“Prayers for rain” e “Disintegration” sono le ultime
scelte per chiudere il main set; due canzoni in cui i
Cure non si nascondono e si mettono in gioco con pezzi
complicati, tesi e che necessitano di una buona
interazione fra tutti per renderne buona la riuscita.
I rientri pop rappresentano la giusta e ovvia
conclusione del concerto, come una sorta di lungo
saluto; i larghi sorrisi accompagnano i singoli e mentre
si osserva Robert regalare emozioni ci si chiede come
abbia vissuto questi tre giorni obiettivamente non
facili.
Con le ultime note di “Boys don’t cry” siamo pronti
anche noi a salutare questa location. Se fossimo alla
data conclusiva, forse ci faremmo prendere da quella
malinconia che ci accompagna con una precisione
chirurgica ad ogni fine tour. Per fortuna non siamo
ancora a quel punto, anche se un po’ di quella roba
spinge per farsi sentire. Per ora si torna a casa con il
carico di energie e con il sogno che continua.