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oscuro
THE CURE live @ Visarno Arena,
Firenze. 14 giugno 2026
testo e foto Gianmario Mattacheo
Primo
contatto da quel concerto londinese che chiuse il
tour del 2022 alla Wembley Arena e non possiamo
non trovarci pronti. Si rispolvera dall’armadio
l’abito migliore (nero) per l’inizio di un tour
estivo che, già lo sappiamo, porterà un carico di
emozioni ed energie che solo i Cure sono capaci di
trasmetterci.
Tour estivo si
diceva … e pazienza se avremmo preferito quello
dei palazzetti e (ancora) pazienza se quello di
Firenze sarà probabilmente il peggiore per
logistica e organizzazione. Ma dobbiamo toglierci
la ruggine di 3 anni e mezzo lontani dal palco e,
allora,
è festa comunque e incondizionatamente. Periodo
quello di cui sopra in cui (ma guarda un po’) il
mondo dei Cure è cambiato parecchio. Senza tirarla
troppo per le lunghe, è arrivato, nel frattempo,
“Songs of a lost world world” e, come scrissi a
suo tempo, quello fu l’album in cui il suo autore
seppe alzare ulteriormente l’asticella,
ridisegnando i confini musicali ed emotivi della
sua infinita arte.
Tornando al
presente, la calda giornata della Visarno Arena è
anticipata da nomi noti dell’universo Cure, quando
(escludendo i Just Mustard che sono un po’ una new
entry alla corte del Re) i Twilight Sad e poi i
Mogwai anticipano l’eterno ragazzo di Crawley.
È solo la quarta
tappa ed è lecito considerare la band ancora in
fase di rodaggio, anche se i filmati facilmente
reperibili in rete ci stanno riportando un gruppo
non in affanno e perfettamente a suo agio in
un’esibizione che, ormai, conosce alla perfezione.
C’è un vuoto
quest’anno, come negarlo. Un vuoto che si
percepisce subito guardando il palco. E il vuoto
rimane anche se quello spazio ora è occupato da un
membro di questa famiglia allargata. Avremo modo
di parlarne meglio durante i prossimi concerti,
per ora ci facciamo bastare un rimando come su un
post it: “Ci manchi”.
Alle 21.00, “Alone”
ha finalmente il compito di essere apripista. Quel
pezzo che tanto si presta ai saluti iniziali, è
catarsi, fin da quelle prime note sui tasti di
O’Donnell, poi, quando dopo circa 4 minuti di
orchestrazione entra la voce di Robert Smith, la
Visarno Arena ci tiene a non far mancare l’affetto
al leader.
Come si diceva
sopra, le informazioni e le immagini online ci
raccontano un tour che sarà diametralmente opposto
a quello del 2022. Tanto quello passato era
intimo, riflessivo e, a tratti, doloroso nel
racconto inconfessato di sensazioni private,
quanto quello di quest’anno vivrà un po’ più del
lato solare dei Cure. Un atteggiamento ben
conosciuto da parte dei nostri, che per questi
spettacoli portano una setlist più pop che dark,
più sul gioco e il divertimento che sulla
introspezione.
La cronaca,
comunque, ripropone una “Pictures of you” come
secondo estratto della serata per fare spazio a
“High”, “A night like this e “Lovesong”, insomma
un inizio che proprio accontenta tutti. Ma è con
la successiva “Secrets” che apprezziamo forse il
dono più luccicante. Il brano di “Seventeen
seconds” non è decisamente una di quelle canzoni
che i fan sono soliti annoverare tra gli estratti
del secondo in studio e la sua riproposizione live
è un momento che ferma il tempo. Continuo a considerare
la Visarno Arena come uno dei posti meno adatti a
questi “nostri” spazi, ma canzoni come la già
citata “A night like this” e “Push” si incollano
alla perfezione, risultando brani da grandi stadi
e non solo da club o palazzetti. Anche il rock di
“From the edge of the deep green sea” si può
inquadrare tra le canzoni rock dal fortissimo
carattere partecipativo e, sulla stessa falsariga,
possiamo citare la “Fascination street” di
“Disintegration”.
Una certa curiosità
nel vedere la famiglia Gallup sullo stesso palco
c’è, inutile negarlo. Per Eden, la promozione da
roadie a membro del gruppo non era così scontata,
ma pare che abbia retto bene al non trascurabile
passaggio di ruolo.
È un tour
dall’aspetto pop, ma anche dei grandi ripescaggi.
Ci piace godere della musica di “Tresaure”, intimo
racconto da “Wild mood swings” (con “Want” una
delle migliori di oggi), mentre “Alt.end” sembra
resistere ad ogni esibizione di quest’anno, avendo
timbrato il cartellino quattro volte su quattro.
Il set principale
si chiude con “Endsong”, ovvero il più desolante
viaggio dell’intero “Songs of a lost world” e
quando il maxischermo riflette il primo piano di
Robert Smith, credo di non essere l’unico a
chiedersi se stiamo osservando sudore o lacrime.
Che sia un concerto
nei palazzetti o uno dei festival, i singoli di
“The head on the door” non possono mancare, così
come la “Friday I’m in love” che fa impazzire
tutto il capoluogo toscano.
Con la festa delle
maggiori pop song del repertorio, arriva, dopo due
ore e mezzo, “Boys don’t cry”. Normalmente vivo
questa canzone come un epilogo gioioso, a suggello
dell’ennesimo concerto, con un sorriso che si
allarga sempre più sul viso. Ma oggi stranamente
quel brano mi colpisce dritto al cuore, là dove
abitualmente insisteva nel toccare altre corde
emotive. Mi scopro, dunque, con gli occhi
più lucidi del solito e una voce che rimane un po’
più strozzata in gola nel ritornello
d’accompagnamento. Mentre gli altri musicisti
hanno già abbandonato il palco e il vento asciuga
ogni traccia di quella mia recente debolezza,
saluto quell’immenso signore, difficile da
descrivere altrimenti. E mentre me ne vado, mi
sento grato. Si, mi sento grato.