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oscuro
Nick Cave and the Bad
Seeds Live @
Parco BussolaDomani – Lido di Camaiore, 26 giugno 2026
Testo e foto di Gianmario Mattacheo
Sottotitolo: quando a una vacanza preventivata aggiungi un
concerto non preventivato.
Eh già, proprio perché una vacanza senza note musicali ci
risulta un po’ monca, abbiamo colto l’opportunità del
concertone. E, lo so … la testa in questi giorni è
altrimenti concentrata (si legga tour dei Cure) e sta
viaggiando su altri lidi, non esattamente quello di
Camaiore, ma detta così parrebbe togliere dignità a un
live di Nick Cave che, è bene rimarcarlo, è una di quelle
esperienze da vivere almeno una volta nella vita.
Sono interessato, inoltre, nel vedere dal vivo gli
Sleaford Mods, duo inglese che vanta tra i suoi fan il
leader degli Stooges. Addirittura Iggy Pop si era lanciato
in complimenti di una certa caratura, definendo il duo
inglese la più grande rock band del nostro tempo”. Ora,
sperando che l’iguana non si offenda, non mi sento di fare
un copia e incolla delle sue parole e, pur piacendomi
questi Sleaford Mods, faccio un po’ fatica a non avere
riserve per una musica prodotta da sole basi sulle quali
si inserisce il cantato di Jason Williamson. Ad ogni modo,
li apprezzo e non posso non essere vicino alla definizione
che loro diedero di sé stessi: “"sproloqui punk-hop
minimalisti elettronici per la classe operaia".
Con leggero ritardo Nick Cave entra in scena insieme agli
elegantissimi Bad Seeds. In realtà è lui ad essere ancor
più elegante rispetto al passato. Completo da “sposo”
chiaro, con tanto di giacca, cravatta e panciotto a
sfidare il caldo atroce. Non molla sull’abbigliamento,
salvo quando impreca dicendo “Too fucking hot!!!”,
rimanendo comunque fedele al suo stile, senza neppure
slacciandosi un bottone.
Ma c’è anche la musica da ascoltare e non solo da vedere.
Un set di canzoni piuttosto identico nelle varie serate
che inizia con “Get ready for love”, buon inizio, ok, ma
solo una intro se consideriamo che il pezzo successivo è
quella “From her to eternity” che tira fuori il massimo
dell’arte Bad Seeds, già al secondo pezzo.
Su “O children” succede qualcosa che rimane nella memoria.
Dalle prime file Nick Cave fa salire sul palco un
ragazzino (massimo 10 anni?) e ti chiedi se non sia un po’
studiata la cosa. Il ragazzo abbraccia Cave come fosse un
parente caro, e mentre i maxischermo proiettano la scena,
ogni spettatore sorride intenerito guardando i due
protagonisti della scenetta.
“Train long suffering” e “Tupelo” sono ottimi estratti da
“The firstborn is dead”, ma mi convincono ancora di più le
canzoni del recente “Wild god” in cui la coralità dei Bad
Seeds tende ad esprimersi al meglio.
Bad Seeds, dunque. Sono davvero un gruppo di maestri,
capaci di scambiarsi di strumento a seconda della
necessità. Così colpisce (e sicuramente non è un caso) il
continuo passaggio tra Jim Sclavunos e Larry Mullins dalla
batteria alle percussioni. Il primo che prende le
bacchette in mano quando i “colpi” devono essere inferti
più che accompagnati, mentre il secondo si occupa delle
pelli nei pezzi in cui la sezione ritmica svolge il suo
compito più tradizionale.
Nick Cave (visto che stavamo parlando della sezione
ritmica) ricorda al pubblico che oggi è il compleanno di
Colin Greenwood (“Lo abbiamo rubato ai Radiohead!”) e così
parte un “Tanti auguri a te” che imbarazza non poco il
bravissimo bassista.
“The mercy seat” e “Papa won’t leave you henry” sono due
pezzi che, a mio avviso, stasera si elevano sugli altri.
Con la “A forest” di Nick Cave (eh sì, faccio propria
fatica ad uscire dal loop) l’ascoltatore entra nelle
emozioni di un uomo condannato alla sedia elettrica,
mentre “Papa won’t leave you henry” torna a essere forte e
decisa, quando la versione di un anno fa in acustico ne
limitava moltissimo le potenzialità.
Mi piace “Rings of saturn” (unica estratta da Skeleton
tree”) e “Henry lee” (con la corista Janet Ramus a fare la
parte che fu di P.J. Harvey) viene trasformata e
riadattata in chiave soul/gospel.
In un concerto che pare infinito (saranno 21 le canzoni
totali), arrivano gli ultimi momenti con “City of refuge”,
una “The weeping song” (che ultimamente mi emoziona poco)
e una “Wide lovely eyes” (Cave la definisce la preferita
da sua moglie).
Poi il solo Cave torna al piano per “Into my arms. Molti
hanno rinunciato, abbandonando la partita anzitempo.
Non li biasimo ci ho pensato seriamente anche io. Poi,
seppur accaldato rimango. Ho fatto bene.