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intervista a  Fabri Kiarelli dei ROCKETS

a cura di Gianmario Mattacheo

 Ciao Fabri. Innanzitutto benvenuto e grazie per questa intervista!

Partiamo da emozioni recenti. È ancora “fresco” il live di Torino al Civico 25, ci puoi raccontare le tue impressioni?
Ciao a tutti. E’ stata una serata carica di energia, ma da quel che ho capito in questi pochi mesi di appartenenza alla band, il pubblico dei Rockets è sempre molto entusiasta e ti restituisce la carica. E’ un osmosi tra performer e ascoltatore. Io sono già di mio uno che sul palco si scatena. Se poi il pubblico mi ributta indietro l’energia, capisci che è come quando la nitro si mischia alla glicerina: dinamite! Dal punto di vista della prestazione artistica forse quello al Civico 25 è stato il mio show migliore da quando sono entrato nella band. Piano piano sto prendendo le misure con i brani e li sto facendo miei. Anche se confesso di non essere mai del tutto soddisfatto. In ogni performance trovi il punto in cui sai che avresti potuto far meglio e non dai importanza a quanto invece di buono hai fatto. C’è anche da dire che uno show dei Rockets non è statico, è quasi impossibile essere perfetti vocalmente mentre si corre avanti ed indietro per il palco. Nemmeno Freddie Mercury sul palco riusciva a replicare le parti vocali uguali alle versioni in studio, figuriamoci noi mortali… o alieni… insomma… decidete voi, ah ah ah!

Fai parte di una storica band che, tra l’altro, qui in Italia ha sempre ottenuto larghissimi consensi. Hai voglia di raccontarci come sei diventato un Rockets?
Gianlu e la sua compagna erano casualmente spettatori di una mia performance al mare. Mi esibivo nel locale di due cari amici, in darsena nel porto turistico (non ti dico dove). Loro mi hanno visto lì e a fine show si presentarono. Non mi dissero nulla, fin che, un paio di mesi più tardi, Gianlu mi contattò parlandomi dell’eventualità di un cambio di cantante nei Rockets. In verità fu la sua compagna a ricordargli di me. Fabrice era il più dubbioso, non tanto su di me ma piuttosto per il fatto che cambiare frontman in una band è un passo delicato. Per mesi non si è più parlato di nulla, addirittura mi ero ormai dimenticato di questa ipotesi, fino a quando si rifece vivo lo staff della band. Dovetti superare alcuni step: feci alcuni videodemo di alcuni loro brani affinché verificassero la pronuncia inglese, la timbrica vocale e la presenza. Ovviamente fu organizzato anche un incontro di persona in primis per una impressione caratteriale, ma anche per questioni di immagine. Per fortuna ho passato ogni test, ah ah ah!!!!

Il recente “Time machine” ha messo alla prova i Rockets con dei giganti del passato, reinterpretando in chiave (un po’) space canzoni ormai cementate nella memoria degli appassionati. Ti senti soddisfatto del risultato finale? E in quale brano ti sei sentito più a tuo agio?
Sono entrato che ormai i titoli erano decisi e gli arrangiamenti ormai quasi finiti, quindi non è che potessi far di più di quanto ho fatto. Non ho avuto voce in capitolo sulla scelta dei brani. Per questo posso ritenermi abbastanza soddisfatto, ho dato il massimo nel poco tempo che avevo a disposizione su cose che ho trovato già quasi finite. A mia conoscenza, credo di essere l’unico cantante al mondo che entra in una band storica e si presenta ai fans con un album di covers tra l’altro non decise da me, quindi, è stato un po’ come muoversi in una gabbia dorata, senza troppa possibilità di movimento. Avrei preferito presentarmi con dei brani originali e sicuramente la mia personalità sarebbe uscita ancor più definita. Ma credo comunque di esser riuscito a mettere la mia firma anche se si tratta di covers. Il confronto con i cantanti originali è inevitabile. Seppur cercando di discostarmi dalle versioni originali, le tonalità erano decise ed anche in questo caso, ho dovuto giocare in un campo che non sempre era il mio terreno ideale. C’è un brano in particolare che è la cosa più lontana che possa esistere dal mio mondo musicale… e il mio mondo musicale, credimi, è vastissimo, ma quella song proprio non appartiene al mio background. Per quel brano ho dovuto fare un grosso lavoro di auto convincimento e tutt’ora ho sentimenti contrastanti. E’ stato come chiedere ad un elefante di volare, non so se mi spiego. La mia personalità verrà fuori del tutto con un album di brani originali ai quali participerei nella scrittura musicale, negli arrangiamente e facendo i conti solo con me stesso come cantante, senza pensare a confronti con altri.

Rimanendo su “Time machine”, abbiamo letto, prima della sua uscita, parole di encomio verso di te, pronunciate da Fabrice Quagliotti. L’ho letto un po’ come la vera investitura del tuo ruolo di frontman. Come ti senti al riguardo e com’è lavorare con lo storico tastierista?
Fabrice mi ha accolto con entusiasmo e ne sono onorato. Ancora mi do dei pizzicotti chiedendomi se davvero sto lavorando con una figura storica della musica europea degli ultimi 40 anni. Non me lo sarei mai immaginato. In generale c’è molto rispetto delle parti. Inoltre c’è molto cameratismo, la band quando è insieme si diverte sia sul palco che soprattutto fuori, quando siamo in abiti civili. Si ride un sacco!

Sei il nuovo arrivato nella band, ma, come ho accennato nel report del concerto, sei già entrato perfettamente nella parte, senza timori reverenziali. Come vedevi i Rockets, prima di essere un Rockets?
Devo essere sincero, non sono mai stato un fan. Non perché non mi piacessero, ma semplicemente perché i miei ascolti si rivolgevano altrove. Quando i Rockets del periodo silver erano al top del loro successo, io ero ancora un ragazzino. Feci in tempo ad ascoltare Galactica ma da lì a breve mi trasferii in Messico per il lavoro di mio padre e non ero ancora un music addicted, quindi non ebbi modo di approfondire i loro lavori. Tornato in Italia ero già in pieno trip metal e hard rock e credo che i Rockets fossero già in discesa.
Ricordo però che Galactica mi aveva flashato già da piccolo, è un pezzo che in tutti questi anni mi è sempre gironzolato per la testa, perché ha quel sound rock con quel ritornello ipnotico. Lo associo ai tempi in cui guardavo Goldake, Mazinga, Jeeg… e Galactica era la colonna sonora dei sogni extraterrestri di ogni bambino di allora, cantata da questi 5 alieni argentati. Puoi immaginare che viaggi mentali che ci facevamo con i compagni di classe!


Nello scrivere il report mi hai fatto notare un errore, quando scrissi che era “One more mission” la canzone che ti “piaceva un sacco”. In realtà era “Non stop”. Quali altri brani, oltre alla citata, ti portano un maggior trasposto emotivo, specie durante i live?
In The Galaxy è magica, Rock n Roll Loser ha un tiro pazzesco. Anche Future Game, Rockets Land e Lost in The Rhythm sono una bomba dal vivo. Un brano che trovo spettacolare è Legion of The Aliens, ma lo canta Fabrice e per questo sono invidioso, ah ah ah!!!
Mi piace Our Rights perché è uno di quei brani in cui imbraccio la chitarra. Credo che dal vivo adesso abbia un sound più energico che in passato. Two guitars is megl che one.

Spero che presto venga inserito in scaletta il brano Universal Band, è una bomba e con le due chitarre sarà ancora più infuocata.

Ma chi è Fabri Kiarelli prima di essere la voce dei Rockets? Quali le tue influenze musicali, il tuo background?
Servirebbe un’intervista solo per rispondere a questa domanda.
Musicalmente nasco rocker: già a 10 anni impazzivo (e impazzisco tutt’ora) per Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, i primi ACDC, Kiss, Judas Priest, Iron Maiden, Ted Nugent. Ho una venerazione quasi religiosa per i Rush, amo da sempre il rock americano di Journey, Styx, Foreigner, Kansas, Cheap Trick, Molly Hatchet, Eagles… sono un discreto musicologo in tal senso. Non mi fermo mai ad un paio di brani, ma approfondisco da sempre la produzione di ogni band ed ogni artista. Attorno ai 20 anni è scoppiata la passione sfrenata per la musica afro americana: funk, blues, jazz, soul e non ho più smesso di studiarla e suonarla: Prince, Earth Wind and Fire Sly and The Family, Rare Earth, Wilson Pickett, Bill Withers, Donny Hathaway, etc.
Stevie Wonder mi aprii nuovi orrizzonti, l’ho ascoltato allo sfinimento. George Benson è una mia grande influenza chitarristica così come lo è Van Halen nel rock. Adoro Pat Metheny, Larry Carlton, Steve Lukather, Gary Moore, Dann Huff è tra i miei idoli….Non faccio distinzioni di genere. Amo il bebop di Sonny Rollins, Pat Martino, Miles Davis, il jazz anni 70 di Herbie Hancock, il jazz rock di Jaco e dei Weather Report, Chick Corea e i suoi Return To Forever. Anche gruppi storici anglosassoni mi hanno rapito il cuore: Police, Pink Floyd, Beatles, Eric Clapton, Elton John, Bowie. Il pop di Simply Red, Depeche Mode, il rock ed il cantautorato di Billy Joel, Michael McDonald, etc, il rock sofisticato dei Toto, degli Steely Dan. Degli italiani citerei Dalla, Bennato, Renato Zero e Pino Daniele. Potrei andare avanti per ore ad elencarti tutte le bands e gli artisti che ammiro.
Amo tutta la buona musica.

Che tipo di artista sei? Qual è la tua dimensione ideale? Insomma, ti trovi più a tuo agio in uno studio di registrazione o su un palco?
D’istinto preferisco il palco, ma non mi dispiace nemmeno stare in studio durante il processo creativo. Sono un songwriter, un arrangiatore ed un musicista, quindi non posso non amare lo studio di registrazione, così come da performer non posso non amare il palco.
E’ un po’ come chiedermi se preferisco i primi piatti o i secondi. Se dovessi scegliere con un fucile puntato, allora ti direi il palco, ma proprio perché costretto a decidere, altrimenti non mi pongo il problema. Sono i due rovesci della stessa medaglia.

Una cosa mi ha colpito del concerto, ovvero il modo in cui coinvolgevi il resto della band. È un atteggiamento che ti viene naturale? Ce ne vuoi parlare?
E’ un insieme di cose, ma viene abbastanza naturale interagire con la band e con il pubblico. Per me solitamente ogni show è come se fosse l’ultimo. Vai sul palco e dai il massimo perché il pubblico è lì per te, non puoi deluderlo, non puoi far finta di essere dietro ad una scrivania a sbrigar scartoffie come se non te ne fregasse nulla. Ho sempre sognato fin da piccolo di essere davanti ad una platea. Chiamiamola mani di protagonismo, ma lo faccio in maniera sana. Non è solo esibizionismo. Credo faccia parte della natura del frontman, devi essere un po’ sfacciato. Un mix di narcisismo, di mestiere, un po’ perché reciti la parte e, molto ma molto, perché ci credi, altrimenti si prenderebbe il primo che passa e lo si mette sul palco.

Ci sono concerti in programma nel prossimo futuro per la band?
Qualcosa c’è, ma a memoria non saprei dirti esattamente. So che ci sono un paio di appuntamenti: Pistoia, Udine, non ricordo quando, ma in generale il calendario si sta ancora definendo.

Hai un sogno che si deve ancora avverare?
Posso ritenermi ampiamente soddisfatto così come sono. Ho suonato in giro per il mondo e per l’Italia con artisti più o meno famosi, sia come cantante che come chitarrista. Era quello che sognavo da piccolo e il sogno si è avverato più di una volta. Se proprio devo trovare qualcosa, c’è un desiderio: i miei album solisti meriterebbero molta più visibilità. Non tanto per me, ma per il pubblico che ha voglia di ascoltare la buona musica, mi si perdoni la presunzione.

Vuoi indicarci dove poterti seguire nell’ormai (quasi) indispensabile mondo dei social?

Facebook: Fabri Kiarelli, Instagram: Fabri Kiarelli Music

Grazie Fabri. Buona musica e ti auguriamo il meglio

Grazie a voi. Ci si vede in giro on the road… again!